Clipea - Kélibia


Descrizione: 

La città di Clipea corrisponde al settore portuale dell’odierna Kelibia, nella piana che da occidente a oriente si distende ai piedi della collina allungata che si eleva fino a 78 metri di altezza.

La città, di origine punica, è sostanzialmente sconosciuta, a prescindere dalle strutture murarie delle fortificazioni di fase punica sulla collina detta in antico Taphitis.

La necropoli punica, con tombe a camera dotate di modulo d’accesso a pozzo gradonato, si estende su un plesso roccioso di arenarie in località Al Mansoura, a nord di Kelibia.

 

Il foro, secondo le prescrizioni di Vitruvio per le città portuali, è localizzato nel settore litoraneo centrale, dirimpetto ad una punta (oggi urbanizzata) che si distende verso sud ovest e suddivide l’attuale darsena, erede del porto commerciale antico.

Nel forum si evidenziano i resti possibili del tempio di Giove Capitolino, Minerva e Giunone, che utilizza colonne scanalate e capitelli marmorei. Meno evidenti sono gli edifici caratteristici delle piazze forensi come la curia del senato cittadino (ordo decurionum), la basilica giudiziaria etc. La scoperta di una iscrizione relativa ad un tempio di Caelestis, la dea erede della Tanit punica, assicura l’esistenza di tale culto nella città di Clipea in età imperiale, ma ci lascia incerti circa la localizzazione di tale tempio.

 

A nord ovest del forum è stato evidenziato un quartiere abitativo, con resti di un cardo, orientato NNE/SSO. Nel sito si è evidenziata una fabbrica  per le salagioni del pesce (II/ III sec. d.C.), su cui si è impostata, nel IV secolo,  una grandiosa domus detta “delle due cacce” (dai mosaici rinvenuti), impostata attorno ad un peristilio-viridarium.

 

A nord est della piazza forense si estende un altro quartiere abitativo, con domus a peristilio, fra cui la “Casa del busto di Marco Aurelio”, che rispettano l’impianto regolare della colonia con una griglia orientata secondo gli assi NNE/SSO e ONO/ESE, originaria della deduzione cesariana e corrispondente alla c.d. “centuriazione nord”.

 

Nell’estremo settore sud orientale dell’insediamento antico è stata individuata una basilica cristiana, pavimentata con mosaici funerari, circondata da un’area cimiteriale cristiana.

 

La coesistenza fra la comunità cristiana e quella giudaica, in età tardo antica, è stata documentata dalla scoperta di una grandiosa sinagoga (scavi Mounir Fantar), caratterizzata da pavimenti musivi con iscrizioni e simboli ebraici.

Presumibilmente a questo cimitero cristiano si riferiscono anche i tre tituli funerari editi nel Corpus Inscriptionum Latinarum VIII e riferiti a un Bonifatius, a una Iobiana ed a un Paulus.

 

Sulla collina di Taphitis, sede dell’attuale Bordj husseinita, si è individuata una imponente stratificazione di fortificazioni.

La più antica potrebbe rispondere alla fase punica della città, ma non si esclude un primitivo intento fortificatorio ad opera di Agatocle.

Ignoriamo se la fortezza preromana, attaccata a più riprese dai Romani, venisse abbandonata. Indubbiamente si ebbe una ripresa di fortificazione in età bizantina, poi araba in età Ziride e successivamente Hafside. L’odierno Bordj è una gigantesca struttura di fase husseinita (XVII - XIX secolo).

Interpretazione: 

La città di Clipea possedeva un duplice porto, secondo lo Stadiasmus maris Magni, uno rivolto a sud, di carattere mercantile, l’altro a nord, al piede del promontorio, detto Thaphitis da Strabone, che ospitava la cittadella fortificata.

Ai traffici marittimi di Clipea del primo impero si riferisce un’anforetta ovoide, scoperta a Pompei, che reca una scritta a lettere nere: l’anforetta fu trasportata con la nave Iuppiter et Iuno di Gaio Umbricio Amprioco. Il magister documentato nell’iscrizione è Marco Lartidio Vitale  domiciliato a Clupea.

Le attività di produzione di salse di pesce è  attestata dalla individuazione di bacini per le salagioni, ma anche dalla celebrità dei pesci detti mustela, che così Ennio nei suoi hedyphagetica ricorda: “Omnibus ut Clipea praestat mustela marina” : Clipea eccelle su tutti per la sua mustela marina.

Clipea fu insignita della dignità vescovile precocemente: i suoi episcopi Clipienses / Clypienses sono attestati nei concili del 411, 484, 525 e 649.

Clipea fu l’ultimo lembo di terra Africana dei Bizantini, cui si deve una fortezza sulla collina di Taphitis,  dopo la conquista araba di Cartagine, risultando abbandonata nel 698. Gli Arabi occuparono Clipea, mantenendo l’antico nome Kélibia, con riferimento alla fortificazione del promontorio Taphitis.

L’occupazione si mantenne sia sotto la dominazione Ziride, quidi Hafside. La città portuale, sul piano protetto dalla fortezza, venne rifondata nel tardo medioevo. La fortificazione venne ricostruita  in epoca husseinita, fra il XVII e il XIX secolo.

Notizie storico critiche: 

La città reca un nome duplice: Aspis (in greco: lo scudo) e Clipea  (in latino ‘gli scudi’, benché sia nota la forma singolare femminile ‘lo scudo’). Rilevante è l’ambientazione mitografica, nota a Nonnos di Panopoli e a Procopio,  a Clipea, della lotta fra  Herakles e Antaios, prevalentemente ambientata invece all’estremo occidente, nell’area di Lixus.

Il dato dovrà comunque raccordarsi con la relazione della coppia Herakles /Melqart nell’ambito delle frequentazioni levantine / euboiche del Mediterraneo centrale e occidentale.

Il poleonimo greco Aspis è dalle fonti direttamente attribuito ad Agatocle, il tiranno siracusano, che nel 310 a.C., dopo lo sbarco presso le Latomie (Hermaia- El Ahouaria), giunse a fondare, teste Strabone, la città di Aspis. A questa versione si richiama un verso dei Punica (3, 243) di Silio Italico  relativo alla costruzione di una cinta muraria litoranea (Sicanio praecinxit litora muro) e Solino (27, 8)  secondo il quale i Siculi  fondarono la città di Clypea e dapprima la denominarono Aspis, quindi Veneria, poiché vi trasferirono il culto di Venus Erycina.

Qualunque sia la realtà di una strutturazione in forme urbane di Aspis ad opera di Agatocle, durante la sua permanenza in Africa, appare sicuro che i Cartaginesi, che con certezza avevano già costituito un insediamento nell’area, dopo la sconfitta militare di Agatocle e il suo rientro in Sicilia, vi si reinsediarono, costituendo Aspis come una arx et specula (fortezza e vedetta) del punicum litus (litorale cartaginese) del Capo Bon, come afferma Floro nella narrazione dell’impresa di Attilio Regolo in Africa, nel 256 a.C., allorquando devastò Clipea e altri insediamenti punici del Capo Bon. Clipea, dopo lo scacco e la prigionia africana di Regolo, fu abbandonata dagli occupanti romani e ripresa dai punici. Nella III guerra punica la città fu invano assediata da Pisone, ma successivamente venne presa da Scipione e distrutta.

Uno scolio (annotazione) a Cicerone chiarisce che verso l’81/80 a.C. si ebbero dei partigiani di Gaio Mario rifugiati a Clipea (Clupeani fugitivi)

Cesare dovette premiare Clipea dopo la vittoriosa campagna africana, poiché da un passo di Plinio il Vecchio Clipea appare oppidum liberum. Nel contempo (o immediatamente dopo avere assicurato la libertas) Cesare procedette alla deduzione della Colonia Iulia Clipea. Questa titolatura è documentata da due iscrizioni che, inoltre, registrano l’ascrizione dei cittadini di Clipea nella tribù Arnensis, quella di Cartagine. Anche Tolomeo, che pure erroneamente registra come due centri distinti Aspis e Clipea, dichiara quest’ultima kolonìa.

Una importante iscrizione formiana documenta verso il 40 a.C. che un liberto di Formia, Marco Celio Filerote, gestì l’edilità a Cartagine e fu, per due volte, duumviro, ossia supremo magistrato della colonia, a Clipea.

Una carriera magistratuale cittadina è illustrata da una base di statua con dedica posta dagli amici, nel luogo designato dal relativo decreto decurionale, a L. Salvio Donato, inscritto nella tribù Arnensis, che fu edile, duoviro e flamine perpetuo della città di Clipea.