La necropoli romana di Pupput

La città romana di Pupput, situata 70 Km a sud-est di Cartagine, fu identificata nella località detta Souk-el-Abiod alla metà del XIX secolo. I numerosi scavi effettuati all’inizio del XX secolo riportarono alla luce un monumento identificato erroneamente con il capitolium della città e le prime informazioni sulla necropoli. Due iscrizioni scoperte durante queste prime indagini rivelarono che la città sotto il regno di Commodo ebbe il titolo di colonia Aurelia Commoda Pia Felix Augusta Pupput e ne confermarono l’identificazione, sino ad allora dedotta dall’Itinerario Antoniniano e dalla Tavola di Peutinger. Queste menzioni negli itinerari sottolineano l’importanza geografica di una città situata all’incrocio della rotta che collegava Clupea a Thuburbo maius e della via che portava da Cartagine a Hadrumetum.

La necropoli si trova a circa  300 metri dall’abitato antico e occupa un terreno un po’ accidentato, fiancheggiato a est da uno oued, ormai scomparso, che segnava il limite dell’area funeraria. Le sepolture erano sufficientemente lontane dalla riva e al riparo dalle piene dello oued. Gli scavi e i sondaggi  effettuati dagli archeologi, permettono di affermare che la necropoli romana copriva almeno 15000 mq, ma ritrovamenti sporadici suggeriscono una superficie ben più vasta, di circa 7 ettari. La necropoli si caratterizza per la giustapposizione di zone aperte e di zone isolate mediante muri talvolta piuttosto alti. Ognuno di questi “recinti” comprende un’area che varia fra i 15 e i 156 mq, con muri di altezza variabile. Alcuni erano isolati da un semplice muretto che non oltrepassava di molto l’altezza delle tombe a cassone, mentre altri al contrario erano circondati da muri di circa 3 m d’altezza che impedivano qualunque indiscrezione durante le cerimonie di commemorazione. L’occupazione funeraria fu intensa e l’ubicazione dei muri contribuisce a ricostruire l’evoluzione della necropoli. Molti di questi muri erano ancora in elevato alla fine dell’antichità e isolavano mausolei che erano ancora frequentati, come testimonia la ceramica tarda imprigionata sotto i crolli dei muri.

Le sepolture più antiche datano dalla fine del I o dall’inizio del II secolo a.C. e il periodo di massimo utilizzo della necropoli coincide, principalmente, con il II secolo e una parte del secolo successivo. La frequentazione prosegue comunque nei secoli successivi, anche se nel V secolo è limitata alla rioccupazione dei mausolei. L’assenza di nuove sepolture alla fine dell’antichità induce, dunque, a supporre una riorganizzazione dello spazio funerario, come suggerisce anche la scoperta di una basilica funeraria nel giardino dell’Hotel Paradis a circa un Km e mezzo a sud-ovest della necropoli d’epoca imperiale.

La costruzione del reticolo di recinti è contemporaneo delle sepolture più antiche e fu strutturato in funzione di due vie parallele con andamento est-ovest, di circa 2 metri di larghezza. Alla fine del II secolo, dopo un secolo di utilizzo, queste strade furono progressivamente invase dalle sepolture, divenendo inutilizzabili.

La varietà delle forme sepolcrali testimonia l’evoluzione delle pratiche funerarie. La pratica dell’incinerazione in fossa è sicuramente anteriore a quella dell’incinerazione secondaria. L’incinerazione era generalmente effettuata in una fossa poco profonda, spesso appena abbozzata nella sabbia. Dopo la combustione del cadavere, si ricoprivano le ceneri con un tumulo di sabbia, che generalmente era sigillata da un cassone in muratura. È ugualmente attestata la pratica, rara per altro, che consiste nel raccogliere in parte o completamente le ossa bruciate per deporle all’interno di un’urna collocata al centro del bustum. L’incinerazione secondaria sembra meno frequente dell’incinerazione primaria e necessitava della presenza di un ustrinum, che sembra mancare in questa necropoli. Dopo la cremazione le ossa venivano raccolte in un’urna generalmente in ceramica, anche se sono presenti, sebbene in scarsa quantità, urne in vetro e piombo. Nella zona nord della necropoli la pratica della incinerazione secondaria è attestata nei mausolei , mentre sembra più raro l’interramento di urne entro una semplice fossa. L’arco cronologico coperto dalle inumazioni supera di molto quello delle incinerazioni: dalla fine del I secolo d.C. sino alle ultime deposizioni effettuate nei mausolei nel corso del VI secolo. La tipologia sepolcrale delle inumazioni è varia e comprende molte fosse semplici segnalate mediante un piccolo tumulo di sabbia, e sepolture ben individuabili grazie a massicce murature di forme diverse: semplici cubi, cassoni, altari. Le sepolture degli adulti offrono una tipologia distinta da quelle riservate ai bambini, per i quali l’inumazione in anfora sembra essere stato il destino comune. I mausolei, costruiti per un utilizzo duraturo e collettivo, sono spesso situati al centro di un recinto. I mausolei dei notabili dovevano, tuttavia, trovarsi altrove, presso la via che, partendo dalla città, raggiungeva l’asse stradale Cartagine-Hadrumetum. È in questa zona che è stata individuata all’inizio del XX secolo un grande mausoleo, circolare all’interno, esteriormente a sedici facce: otto rettilinee, otto concave, alternate alle prime. Questa planimetria sorprendente dice tanto sull’atteggiamento aristocratico e sulla volontà di esibire una simile realizzazione architettonica.